Nota biografica

rivaGiorgio Riva nasce nel 1933 a Milano, dove compie gli studi classici e si laurea in architettura nel 1959. L’inclinazione alla pittura è innata: a cinque anni dipinge a olio, a dieci va a scuola da un pittore di affreschi, a dodici si fa accompagnare dal padre a Venezia alla biennale del dopoguerra.  Ma fondamentale per la sua formazione è la parentesi trascorsa in Brianza: tra il ’42 e il ’46, al riparo dei bombardamenti aerei, vive in un luogo dal nome suggestivo di Orlanda - “terra d’orlo” con prati declinanti verso rocce a strapiombo sulle acque del Lambro - che nutre il suo immaginario di pittore bambino.

Fin da studente ha interessi poliedrici: frequenta le mostre, ma anche la facoltà di filosofia, i corsi di logica, le prove al Piccolo Teatro, le lezioni di neurofisiologia, quelle “affascinanti” di Amerio sulla matematica infinitesimale, la geometria analitica di Giuseppina Bigioggero che sapeva “far vedere i concetti”:  i concetti di irrazionale,  infinito, infinitesimo, che riemergeranno nei suoi successivi studi sui linguaggi analogici aut digitali.

Per alcuni anni è assistente di Ernesto N. Rogers al Politecnico di Milano. Nel frattempo si dedica alla professione: tra le sue prime opere, una chiesa progettata da agnostico con forme e articolazioni che sollecitano l’immaginazione di credenti e non credenti. Ne vedranno il plastico Rogers e Alvar Aalto: “tra Le Corbusier e Borromini”, “scultura entro cui si cammina”.

Seguono anni in cui Riva organizza nel suo atelier gruppi di studio sull’analisi dello spazio abitato e gruppi interdisciplinari di ricerca per la progettazione di edifici scolastici: mettendo a frutto i suoi studi di antropologia (da Radcliff Brown a Lévi Strauss) produce “le sue più originali esperienze di ricerca, tese a saldare il piano della riflessione teorica e quello dell’indagine di campo con la concretezza del lavoro di architetto messo in atto” (Marisa Dalai Emiliani, Il significante poliverso di Giorgio Riva,  Scheiwiller, Milano,1983). In collaborazione con Egle Becchi (Università di Pavia) e con il contributo del CNR avvia i suoi primi studi sulle rappresentazioni grafiche dello spazio abitato da parte di vari gruppi di bambini iscritti ad asili, scuole elementari e medie della Provincia di Pavia; successivamente, incaricato di progettare edifici scolastici per alcuni consorzi delle province di Milano (Pogliano e Vanzago) e di Varese (Viggiù, Saltrio e Clivio), organizzerà sul campo indagini estese anche alla popolazione adulta  per conoscerne condizioni di vita e idee di spazio abitato. Egle Becchi dirigerà un’apposita équipe universitaria per raccogliere interviste (tendenzialmente non direttive) presso la popolazione di Viggiù e si occuperà poi della successiva lettura. Giorgio Riva si occuperà di mettere a punto i diagrammi occorrenti per rappresentare le “mappe mentali” con cui gli intervisti pensano l’ambiente in cui vivono.  L’idea da cui muove è che i riferimenti spaziali citati nelle interviste riflettano corrispondenti concezioni dell’abitare.

Il quadro di questi studi è raccolto in una serie di scritti: La trama e il suo dominio (in “Psicoterapia e scienze umane”, n 3,1977), dove Riva sostiene la tesi di “luogo abitato come mappa di orientamento sociale”; Per un’ideologia dello spazio abitato (con E. Becchi, in AA. VV. The child and the city, VIII Conference of the Mayors , F. Angeli, Milano, 1980), Polisemantica dello spazio abitato (con E. Becchi,  in M. Dalai  Emiliani, a c. d.,  La prospettiva rinascimentalecodificazioni e trasgressioni, Centro D, Firenze, 1980). Progetti e studi avranno eco in diversi convegni, saggi e documentari televisivi (v. bibliografia).

Negli stessi anni Riva coltiva un’intensa ricerca sul crinale tra pittura e scultura. Esito: i “foglio-plasma”, bassorilievi a colori in carta resinata. Tecnica originale e linguaggio polisemico (nuovo fattore determinante, l’inclinazione della luce sul dipinto, che si arricchisce di ombre significative) destano l’attenzione della critica: è del 1983 il citato saggio di Marisa Dalai Emiliani che Vanni Scheiviller pubblica nella collana d’Arte Moderna Italiana, all’insegna del Pesce d’oro).

Non meno innovativa è l’esplorazione di un altro crinale, sull’opposizione tra analogico e digitale, che dà vita nell’88 al romanzo-saggio Chiamami Oriente! (ECIG, Genova), in cui si racconta di una preistorica, sanguinosa lotta tra la civiltà dei parlanti e quella eliminata per aver rifiutato i feticci intrinseci all’uso della parola. Intanto Riva si interessa al linguaggio del computer: nella mostra personale al Museo milanese della Permanente, patrocinata nel ’96 dalla Regione Lombardia, un’intera sezione è dedicata alla pittura informatica. Tre cicli di opere, tra cui spiccano le “metamorfosi delle immagini”, sono presentati da Vittorio Fagone, che ne indica con chiarezza denotativa i caratteri: “spazialità e simmetria”, “scansione temporale”, “cromia e luminosità” e “simbolicità comunicativa”. Infine il critico avverte: “effetto conclusivo di questa sapiente elaborazione è la determinazione di un campo grafico che si dà insieme come espressione di un continuum proliferante e come momento di irreversibile complessione iconica” (in Giorgio Riva – plasmare ideando, Catalogo Mazzotta, 1996).  Puntuale corrispondenza con il continuum visivo delle sue architetture più complesse, che agli occhi di Alvar Aalto apparivano come “sculture in cui si cammina

Applicazioni del linguaggio informatico sono anche le “info-grafie”, stampe numerate che Riva trae da matrici digitali, presentate per la prima volta nel 1998 alle mostre presso l’Ambasciata italiana di Madrid e la Universidad  das Bellas Artes di Siviglia.

A un uso tecnicamente affinato dell’informatica si deve il Cd Dedicato a Piero, composto per incarico del Museo Poldi Pezzoli e presentato alla Teresiana di Brera, nel’99, all’attenzione di critici, storici ed esperti della Soprintendenza milanese.

Tra il 2000 e il 2002 escono i Cd Info-plasma, Sei lezioni politecniche, Al di là dell’opposizione binaria, in cui Riva presenta dieci “file metamorfici” e una selezione di lezioni tratte dal corso che tiene presso il Politecnico di Milano.

Nel frattempo la ricerca su un metacodice comune alle diverse arti prende corpo

nella mostra del 2005, “Confini”, che Riva ambienta a Sirtori (Lc), entro il Parco Regionale di Montevecchia, nel giardino di “Casa tre tetti” da lui stesso progettata nel ’69.  Qui, con una retrospettiva di “foglio-plasma” e di “xilo-plasma”, e con un’anteprima di “A quattro mani” (l’opera video-acustica composta con Francesco Rampichini, che verrà ufficialmente presentata nel 2009 alla Triennale di Milano), compaiono per la prima volta le “Luminose”, sculture dalle luci sfumate ed opalescenti che di notte emergono dai boschi per entrare in dialogo diretto con il cielo, con il paesaggio più prossimo e con le luci lontane del fondovalle.

Pittura, scultura, design, architettura, arte della luce e arte del paesaggio riunite sotto un unico cielo, “Confini?” è insieme un bilancio e una stura verso future mostre di sintesi che da allora si susseguiranno regolarmente.

Nella mostra successiva, “Scolpire la luce” (2012) si compenetrano con apporti polisemici  le luci delle sculture con i suoni e voci in movimento nei boschi. A tratti lo spazio è attraverversato da “schegge” di musica tratte da Scoenberg e da Stockhausen. Poi un memorabile concerto diretto da Alessandro Solbiati, con Laura Catrani e Selene Framarin che escono da balconate o da boschi per attraversare la trama delle “luminose” fino a raggiungere il pianoforte di Emanuela Piemonti. Infine, l’esibizione altrettanto indimenticabile di Markus Stokhausen che suona il filicorno di notte verso le stelle.

Nella mostra del 2013. “La connessione misteriosa”, Edi Minguzzi e Alfonso Alberti incrociano con raffinatezza musica e letteratura sui temi dei miti.

Ormai, anche alla luce degli studi più recenti della neuroscienza e della linguistica cognitiva, la ricerca polisemica fa affiorare l’antico problema del rapporto  immagine/parola, analogico/digitale, che aveva ispirato il romanzo “Chiamami Oriente!”: è sufficiente un logos rappresentato dal solo pensiero verbale? Argomento di estrema attualità, eppure radicato alle origini della nostra lingua.  E’ è lo stesso Dante, “colui che mostrò ciò che potea la lingua nostra”, a lanciare la sfida:

“La lingua non è, di quello che lo ’ntelletto vede,  compiutamente seguace” (Convivio III III 5).

Nel 2014, con l’apertura del Teatrino dell’erba Maderna (nella “Coclea verde”) Edi Minguzzi, Francesco Rampichini e Giorgio Riva preparano un componimento sonoro in cui le voci di Dante e di Omero si incrociano drammaticamente tra le “luminose” installate nei boschi.

Nel 2015 i “Tre tetti” – nome scelto dagli abitanti del luogo, cui però molti preferiscono “Casa delle muse” – diventano ufficialmente casa museo ed entrano a far parte del Sistema Museale della Provincia di Lecco. Il nuovo museo è in realtà una complessa opera dentro la quale si cammina sollecitati da vaie arti e affacciati sul bellissimo fondovalle che si estende dall’alta Brianza fino agli Appennini. Edi Minguzzi e Giorgio Riva esplicitano le chiavi teoriche di questo componimento complessivo con due saggi introduttivi pubblicati nei “Quaderni” del nuovo museo con i titoli “I tre tetti” e “La casa delle muse”.

Nel 2016, Riva presenterà ai suoi visitatori il più recente ciclo di opere “Adynata synapsai” (“connettere cose impossibili”), che dedica all’ <apparentemente impossibile>. Qui le nuove sculture s’intrecceranno con le voci e con i suoni di Francesco Rampichini, che separa e ricongiunge parole e sillabe di Aristotele,  scandone il senso in sofisticate tonalità e armonie.

Con l’occasione Riva toglie ogni dubbio in merito alla simpatica contesa in atto sul “vero” nome del museo con un scritto sintetizzante: “I tre tetti sono casa delle muse”. E in questa chiave il museo viene presentato al Convegno ICOM di Milano 2016 con una relazione di Annamaria Ravagnan della Regione Lombardia.